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Assaggio della notte bianca artistica della città di Bologna, “notte bianca” sui generis, in quanto la serie di eventi prevista era “cenerentolesca”, ovvero, sino alla mezzanotte e non oltre…

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Tra i numerosi siti visitabili, palazzi, musei, mostre, chiese, cappelle, cortili, cripte, e chi più ne ha più ne metta, il mio personalissimo tour è partito in via Don Minzoni, ovvero dalla sede del Mambo, che non è una scuola di danza, bensì il Museo d’Arte Moderna di Bologna, dove si possono ammirare diverse esposizionidi artisti contemporanei.

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Tutto ciò merita qualche commento.

Luigi Ontani: Gigante3RazzEtà7ArtiCentauro

Che dire: vedendone le opere, potrei dire che parole chiave per questo artista potrebbero essere: influenze indo-egizio-balinesi, amore incondizionato per i colori, autocelebrazione, carnevale ermafrodita,…

Meravigliose le sue “Ermestetiche“, ovvero simpaticissime e coloratissime sculture in ceramica che rappresentano giochi di persone e personalità in cui però il soggetto raffigurato è comunque sempre l’artista medesimo (come in quasi tutte le sue opere, del resto).

Mentre ero lì intenta a chiedermi il perché di tanta autocelebrazione (non solo in suo volto è riprodotto come soggetto di ogni sua opera in ceramica ma la sequenza delle sue foto nudo-quasi nudo è vagamente irritante, ammetto) ecco lì spuntare l’artista sè medesimo in carne ed ossa in tutto il suo splendore, di viola vestito, codino ingrigito con elastico in pendant violetto, ghette ai piedi, coppia di ciliegie appuntate sul petto: una meraviglia di dandy del XXI secolo! Oscar Wilde?

Senonché, in qusto periodo carnevalesco, anzi, meglio, carnascialesco, queste maschere giano-bifrontesche, questi intrugli colorati come i saari indiani, queste figure come dee kalì, non con tante braccia ma come centauri egiziani, sembrano proprio perfetti.

Non saprei che altro si potrebbe aggiungere: un artista inspiegabilmente “bolognese” (nato nel 1943 a Montovolo di Grizzana Morandi) che sembra aver fatto un gigantesco gramelot di tutta la cultura occidentale e orientale in una sapiente autoreferenzialità.

C’è l’uomo-donna sull’elefante che ha proboscide e naso, zampe e piedi, orecchie uman-animali, c’è una Leda e il cigno, fontana in cui la testa del pennuto sembra in realtà unire un becco ad un muso di qualche belva e Leda non è una lei, ma un essere asessuato, o più precisamente, bisessuato.

In sintesi: un furbo carnevale che unisce l’arabo e i numeri, l’autista e il pierrot, il nero e il san Sebastiano, la mummia e il ragno, Dante e i sette nani, i centauri e gli indiani, i pagliacci e non so più cos’altro…E chi più ne ha ne metta.

E come ha detto una signora a fianco a me: “Sembra una favola!”

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Ding Yi 

Proseguendo nella visita, arrivo alla esposizione di un artista cinese. DING Yi, nato a Shanghai nel 1962, rappresenta in toto il rigore dell’impero di Mao attraverso il mutare della società; con la ripetizione quotidiana del segno “+” (o con la sua variazione “x”), tracciato su carta con righello e squadra, è rappresentato il rigido modello di vita cinese.

Ciò che cambia via via nelle sue opere non è infatti il soggetto, ma il modo di rappresentarlo: se Ding Yi era partito dalla carta, passa poi al tessuto, producendo vere e proprie tele in cui la trama di più e di croci sembra esasperarsi in una eccessiva e intricata ripetitività.

Ma l’artista si spinge oltre: la società cambia nel tempo, riempiendosi della frenesia del consumismo con neon, insegne, luci, caos; le sue tele si tingolo dunque di colori fluorescenti che riflettono anche questo nuovo aspetto della vita.

In sintesi: ansia.

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Dopo aver visto anche le restanti esposizioni, il mio viaggio prosegue attraversouna Via Indipendenza murata di gente fino al Museo Civico Medievale dove, tra armature, scudi, mazze ferrate, lance, sculture, vasi vasini e vasetti faccio un ripasso di tutto il secol buio.

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Giungo infine in Piazza Nettuno, dove mi affaccio a vedere, o forse è meglio dire ascoltare, un’installazione rumorosa a palazzo Re Enzo e proseguo poi in Piazza Maggiore, dove nella piazza di Palazzo d’Accursio si può rimirare una scultura del celebre Arnaldo Pomodoro. 

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 Approdo infine al Museo Civico dell’Archiginnasio, se non altro per rivedere questo bellissimo Palazzo in Piazza Galvani, con il suo chiostro interno, caratterizzato da un bell’incrocio di scale a vista e da un simpatico puttino che fa pipì…

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Me ne vado dalle piazze centralissime per approdare in Strada Maggiore al Museo della Musica: altro palazzo meraviglioso con meravigliosi strumenti d’epoca, manoscritti altrettanto importanti, come ad esempio quelli di madrigalisti come Verdelot, Willaert,…Ritratti altrettanto celebri come quello di Padre Martini, Mozart, Verdi, Wagner, Bach figlio (uno dei tanti) di Gainsborough…il tutto in una cornice davvero meravigliosa.

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Nella stessa sede si teneva inoltre una mostra dedicata alla Callas davvero ben fatta…oltre a foto di scena e dietro le quinte, ritagli di giornale e locandne d’epoca, gioielli e abiti di scena, il tutto accompagnato dalle arie più celebri cantate dalla sublime voce della Divina.

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Uscita di nuovo in Strada Maggiore, ritornando verso le due Torri, ma dall’altro lato della strada, ho fortunosamente intercettato la visita guidata che accompagnava la scoperta dell’antico palazzo ora sede dell’Ascom, Palazzo Segni Masetti: una vera sorpresa.
Attraverso lo scalone, il salone principale contenente 4 Carracci da una simpatica storia di risarcimenti e di eredità, i parquet ottocenteschi, le volte, i saloncini laterali decorati da Accademici bolognesi  non celebri nel nome, ma non per questo meno esperti elle realizzazioni dei soffitti barocchi, neoclassici o a cassettoni…si riscopre un tesoro della città solitamente non liberamente visitabile in quanto oggi sede appunto degli uffici dell’Ascom.
E per concludere…un bel buffet.
Infine, una bella mostra di acquerelli e olii, in Via D’Azeglio alla G.A.M. (Galleria d’Arte Maggiore), di Graham Sutherland, londinese della classe 1903.
Chedire: tante api