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PN: Si ha sempre l’impressione, a esser belli, che la gente ti accetti per ragioni sbagliate: insomma non perché tu sei tu ma perché sei bello. Tennessee Williams ha scritto molto su questo, sull’agghiacciante influenza che la bellezza fisica ha sugli altri in America.

 

[…]

OF: Sono travolta dall’ammirazione: ecco tutto.

PN: No. Dalla convinzione di avere a che fare con uno scemo. È bello, quindi è scemo.

OF: Orson Welles dice che la bellezza aiuta l’intelligenza. Chi è bello non ha complessi, chi non ha complessi è più libero, chi è più libero è più intelligente. Un attore bello quindi è intelligentissimo.

PN: Io non ero partito con l’idea di fare l’attore, non ho mai avuto la polvere del palcoscenico nelle vene eccetera. Io mi sono laureato in scienze politiche e volevo insegnare regia, fare il regista è ancora il mio sogno, una volta ho perfino girato un filmino: a mie spese. Mica per proiettarlo, per divertirmi; una cosuccia di 20 minuti, anzi 21, suggerita da un monologo di Anton Cechov. Infatti non m’è riuscito. Ci ho lavorato ben quattro giorni e non m’è riuscito. Si vede che non sono creativo. (Sorride: bellissimo).

 

PN: […] Vede, io ho sempre pensato che recitare non sia una professione creativa: creatore è chi scrive, non colui che inter­preta. E questa glorificazione ingiustificata per colui che interpreta è perlomeno ridicola. Insomma su questo argomento io la penso come mia moglie, Joanne Woodward, che una volta mi disse una cosa stupenda, davvero stupenda. Eravamo in Israele per girare Exodus e andavamo a mangiare nel ristorante dell’albergo che ha una finestra lunga quanto l’intera parete, al livello del marciapiede. Bene: ogniqualvolta andavamo a mangiare trovavamo lungo quella finestra una fila di cento nasi schiacciati sul vetro, cento paia d’occhi che fissavano curiosi. Al terzo giorno Joanne disse: «Sai, Paul. Dopo questo, credo che non sarò più capace di andare allo zoo».

OF: Certo la vostra è una vita durissima, assolutamente in­felice. Meno male che guadagnate tanti di quei soldi da essere risarciti del danno. Voglio dire: gli applausi sono noiosi ma quando vengono ricompensati in milioni… è un conforto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall’intervista di Oriana Fallaci a Paul Newman, sull’Europeo n.37 del 1963; a questo proposito inserisco qui l’articolo-europeo tratto dalla rivista con relative foto per chi volesse leggere per intero questo dialogo ironico e irriverente tra le due forti personalità qui presentate.