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Quella è stata senza alcun dubbio la storia più lunga che abbia mai raccontato in vita mia: durò ben nove notti. Non ho mai capito da dove venisse la resistenza fisica del viecchio sarto, il quale di giorno lavorava sempre ininterrottamente. Com’era inevitabile, nei vestiti nuovi degli abitanti del villaggio cominciarono ad apparire, in modo discreto e del tutto spontaneo, alcuni dettagli fantasiosi, dovuti all’influenza del romanziere francese, soprattutto elementi marini. Dumas stesso sarebbe stato il primo a stupirsi se avesse visto le nostre montanare con indosso certe specie di giubbotti dalle spalle cascanti e dagli ampi baveri, quadrati dietro e appuntiti davanti, che si agitavano al vento – e avevano quasi l’odore del Mediterraneo. I pantaloni azzurri da marinaio, menzionati da Dumas e realizzati dal suo discepolo, avevano conquistato il cuore delle ragazze, con quel taglio ampio e svolazzante che sembrava effondere il profumo della Costa Azzurra. Il vecchio sarto ci chiese di disegnare un’ancora a cinque bracci, che diventò il motivo più ricercato della moda femminile di quegli anni sulla montagna della Fenice del Cielo. Alcune donne riuscirono persino a riprodurlo col filo dorato su minuscoli bottoni, in maniera assolutamente fedele. Su cert i particolari descritti minutamente da Dumas – il giglio ricamato sulle bandiere, o il corpetto e il vestito di Mercédès – mantenemmo invece il più rigoroso segreto, custodendoli per la figlia del sarto.

Dai Sijie, da Balzac e la Piccola Sarta cinese, Adelphi editore 2001